Ancorassieme
15/02/2003

Claudio per "MUSICA!" inserto di oggi de "La Repubblica" 13/02/2003
"Giochiamo ai buoni e ai cattivi?" - "Si, ma come si gioca?" - "E facile: i buoni dicono chi sono cattivi!"
Cito a memoria - da una vecchia frase dei Peanuts - quello che mi è sempre sembrato un paradigma particolarmente efficace della semplicità, agghiacciante, con cui produciamo il vibrione della guerra. L'unica malattia mortale che l'uomo non contrae, ma genera. Guerra e pace sono parole difficili da usare. Troppo grandi per il dizionario tascabile della coscienza. Un'edizione, ormai, così ridotta da non riuscire a contenere il senso autentico delle parole. Parole che, forse per questa grandezza comune, siamo indotti a considerare sullo stesso piano. Ma non è così. La pace è difficile. La guerra è facile. Si fa. E Basta. La pace si conquista. La guerra è conquista. Non c'è alcun merito nella guerra, perché i meriti li incarna tutta la pace. La guerra contiene in sé solo i rischi: gli stessi rischi che la pace è capace di annullare con il semplice apparire. La pace è progetto. La guerra, rigetto. Al contrario di quello che i cattivi maestri del passato e del presente predicano, la guerra non è necessaria alla pace.
Così come la pena di morte, infatti, non è mai riuscita (né mai riuscirà) ad eliminare il crimine, la guerra non è mai stata, né sarà mai necessaria alla pace. Altrimenti, a quest'ora, con tutte le guerre che ci sono state, non solo il mondo avrebbe, da lungo tempo, debellato tutti i propri mali, ma avrebbe maturato un tale crediti di pace, da garantirsi una prospettiva millenaria di crescita e sviluppo in piena serenità e armonia. Purtroppo, invece, ogni giorno, sotto i nostri occhi, va in onda l'evidenza del contrario. Se c'è qualcosa di necessario alla pace, è la giustizia. Visto che, senza giustizia, la guerra diviene un passaggio obbligato e la parola tace un insieme vuoto di quattro lettere che ci riuniscono solo per inutili occasioni di circostanza. Riconosciamolo una volta per tutte: chi predicava che la storia è maestra di vita, sbagliava. La storia - almeno in questo - non ha mai insegnato niente a nessuno. Non perché sia una cattiva maestra, ma perché ha tra le mani un pessimo scolaro. Un perenne ripetente (dalla memoria scandalosamente corta), non ha capito - ad esempio - che dividere risorse e ricchezze significa moltiplicare e non perdere. E, invece, no. Sazi delle infinite varianti del più qualunquistico dei luoghi comuni: "così è la vita", consideriamo la guerra il gas di scarico inevitabile al funzionamento del veicolo-mondo, senza capire che queste emissioni letali significano una sola cosa: che dobbiamo riprogettare il motore. Arrendersi all'idea che la guerra sia un l'unica soluzione è un insulto. Un insulto alla intelligenza dell'uomo. Cosi come è inutile e deprimente doversi schierare ogni volta sull'avamposto della pace. La guerra è l'unico gioco che non ha vincitori. Siamo tutti vinti. Eppure non ci riesce di smettere di giocare. Forse perché giocare alla pace è più noioso. O, forse, perché non fa gioco a nessuno. E questo è un gioco più grande dei giocatori. E' lui che gioca con noi, con la nostra storia, con le nostre speranze, i nostri destini. E ogni giorno - per quanto triste e dolorosa sia stata la nottata che l'umanità si è finalmente lasciata alle spalle - ci porta a rituffarci nello stesso pozzo nero dal quale abbiamo appena tirato fuori la testa. Fino a quando non impareremo - come diceva un illuminato americano - che "non c'è mai stata una buona guerra o una cattiva pace" e troveremo la forza, la lucidità e il coraggio di licenziare il croupier e dichiarare solamente la pace.
posted by oltre1 20:11 | commenti (3)